La manifestazione, che si è conclusa lo scorso fine settimana proprio a Udine con la lettura scenica delle opere commissionate dalla direzione artistica di Franco Quadri, come consuetudine ha ospitato anche una sezione internazionale in collaborazione con International Playwriting Festival del Warehouse Theatre di Londra. Dalla selezione del Warehouse è arrivato The Shagaround (Lurido, schifoso, bastardo) di Maggie Nevill che ha un po’ deluso sia per l’idea (è la storia di una ragazza tradita dal boy friend che decide insieme alle amiche, tutte in qualche modo reduci da un fallimento amoroso, di vendicarsi chiudendo l’adultero nel bagno di un pub la notte di Capodanno. Salvo poi scoprire nel finale che proprio la sua migliore amica aveva giaciuto con l’amato e quindi lasciare che il festino organizzato in quel bagno degeneri fino, forse, alla morte di una delle tipe lì convocate), sia per la costruzione, che se all’inizio può funzionare nel finale non convince affatto. Ha funzionato, invece, la mise en espace, curata da Ted Craig (direttore del Warehouse), in italiano, con un compatto gruppo di attrici – attente alla battuta – che ha un poco riscattato la scontatezza del plot.
Accanto a quest’opera prima della giovane Nevill, sul palcoscenico del Teatro San Giorgio è passato, sempre in forma di lettura, La malattia della famiglia M di un giovanissimo Fausto Paravidino (ventiquattrenne iperattivo, già nel ’96, esordiva con Trinciapollo e lo allestiva con la sua compagnia Gloriababbi), che si è divertito confezionando una tragicommedia ben articolata, gradevole ed equilibrata, nonostante le continue strizzate d’occhio alla televisione. E’ di penna facile questo enfant prodige e potrebbe trovare, forse, una più giusta collocazione nel cinema. I dialoghi e il ritmo delle scene del suo nuovo testo tradiscono una vocazione per questo tipo di scrittura che andrebbe sfruttata. Qui, ne uscirebbe un bel film sui difficili rapporti familiari e sui riflessi che essi producono nelle relazioni esterne. Sulla sfera affettiva in generale, sia essa familiare, amicale o amorosa, Paravidino disegna un quadro aggiornato sui disagi della comunicazione con tanto di crash finale, liberatorio di ogni vincolo. Solo il personaggio del medico-narratore-osservatore, andrebbe risolto in maniera più compiuta, oppure eliminato, con dei ritocchi all’intero corpo testuale per evitare la perdita di significativi elementi narrativi.
Di tutt’altra natura il testo di Antonio Tarantino, che quest’anno ha finalmente accettato di scrivere un testo su commissione. L’invito – lo ha sottolineato Quadri nel corso del convegno-incontro con gli autori – era stato ripetutamente inoltrato nel corso degli anni passati, ma solo negli ultimi mesi Tarantino ha risposto fornendo Stranieri. Un testo diverso, rispetto alla sua prima produzione (di professione pittore, Tarantino arriva al teatro cinquantenne, nei primi anni Novanta, con uno straordinario Stabat Mater, primo passo di quella che diverrà la Tetralogia delle cure), non tanto sul piano strutturale, ma quanto su quello linguistico. Partito da un contatto diretto con la morte, l’autore costruisce una partitura monologante a tre personaggi, perdendo quelle invenzioni espressive dirompenti e giocando tutto su un italiano solo poco adulterato. La lettura scenica (a cura di Chérif, regista di tutti i testi di Tarantino fino all’ultimo Materiali per una tragedia tedesca), con uno spettrale Giuseppe Pambieri, è parsa distaccata, pur nel suo rigore professionale dell’attore, dal delirio di solitudine, in cui Tarantino catapulta il protagonista, barricato e in attesa della fine o forse già postumo.
L’altra commissione di questo Candoni è andata a Giuliano Scabia, che è giunto a Udine con L’insurrezione dei semi, una favola folleggiante dove le parole trionfano, per il piacere di essere dette e ascoltate. E al San Giorgio lo stesso Scabia e Rita Maffei (che ha offerto una notevole prova delle sue capacità d’attrice) sono entrati in questa sarabanda lessicale divertendosi davanti ad una attentissima platea. Uno sfogo di fantasia parossistico questa Insurrezione, che sembra proprio aver rispettato la suggestione del titolo. (M.S.)