a1n7idiota1Roma – Seduto di spalle al pubblico, il principe Myškin contempla le montagne svizzere, prima di allontanarsene alla volta di Pietroburgo. Epurato delle vicende secondarie L’idiota di Fëdor Dostoevskij arriva sul palcoscenico (ora al Quirino di Roma, fino al 21 maggio) con il volto di Giulio Scarpati, notissimo al grande pubblico nei panni del dottor Lele Martini, protagonista della fortunata fiction di RaiUno Un medico in famiglia.
Una ripulitura e una riscrittura, quella operata da Angelo Dallagiacoma sul mastodontico romanzo russo, che inchioda comunque gli spettatori alle poltrone per oltre tre ore di spettacolo, confezionato da Gigi Dall’Aglio senza orpelli scenografici e interamente consacrato alla compagine attorale.
In uno spazio monocromatico, in cui trionfa il nero in tutte le tonalità del grigio, l’unica concessione è lasciata alla musica (di Fabrizio Romano), eseguita dal vivo dal pianista Andrea Bianchi, che contrappunta, sostiene, conclude o anticipa la partitura testuale. La messinscena assume così un ritmo secco e pulito in un crescendo di fluidità, consegnata anche da quell’incessante scorrere dei pannelli che modificano il campo d’azione degli attori. Anzi sono proprio questi ultimi a trascinarseli dietro, a comparire e sparire dalla vista utilizzando tali elementi scenografici (scene e costumi sono di Bruno Buonincontri). Bastano poche sedie, nella seconda scena, per ritrovare Myškin sul treno che lo porterà a Pietroburgo, reduce dal lungo soggiorno in Svizzera dove è stato curato per quel suo male, l’epilessia (che tormentava anche Dostoevskij). Oramai privo di mezzi economici, durante il viaggio l’innocente principe per la prima volta sente parlare di Nastasja Filippovna (Mascia Musy). A fare il nome dell'”irresistibile” donna, che risulterà presto l’amante degli uomini che Myškin incontrerà appena giunto a Pietroburgo, è Rogozin (David Sebasti), giovane arrogante e violento che ha appena ereditato dal padre un notevole patrimonio e che si offre di aiutare quello strano compagno di viaggio. Già in queste prime battute Myškin, dimostrandosi opposto a Rogozin, rivela allo spettatore la sua particolare condizione spirituale, quell’innata e folle bontà, che emerge incondizionata dal contatto con “l’altro” da sé. Una sorta di povero Cristo capace di penetrare l’animo dei suoi interlocutori – e di spiazzarli – ma che fatica ad incidere sul corso degli eventi, per mancanza di coscienza.
a1n7idiota2E mentre il pianista, calato in una buca al centro della scena, segue musicalmente lo svolgimento drammaturgico, lo sprovveduto principe approda nella casa del generale Epancin, fiducioso che la lontana parentela con la moglie possa aiutarlo a trovare lavoro. Qui l’intreccio inizia a svilupparsi attraverso la serie di relazioni tra personaggi, che risultano, anche nella riduzione di Dallagiacoma, tutti funzionali alla crescita della figura dello pseudo-santo protagonista. Scarpati, che raramente abbandona la scena, offre una bella prova di resistenza, creando un registro di toni pacati in cui repentini guizzi lo caricano di una forza infantile. Sgrana gli occhi e si imbambola penetrando una società sconosciuta, dove il senso comune gli nega una collocazione. Eppure il fascino di quest’idiota fa colpo sia sulla signora Epancina (Leda Negroni) sia su una delle sue tre figlie, Aglaja (Frida Bruno), che addirittura crederà di amarlo – a tratti anche corrisposta – al punto di volerlo sposare, gettando nello sconforto l’intera famiglia. Ma la spontanea tensione di Myškin al sacrificio raggiunge la vetta più alta e irrazionale nell’incontro con Nastasja, la conturbante creatura in rosso – unico scarto cromatico dell’intera messinscena se si toglie l’immagine iniziale e finale dei monti svizzeri – che suscita la cupidigia del popolo maschile, ma non del principe, ovviamente.
Mercificata fin da bambina, Nastasja esprime, ancora più di Rogozin per mano del quale alla fine perisce, il contrasto maggiore con la figura del principe. La bambinesca e impotente purezza di Myškin cozza contro la parte più voluttuosa di Nastasja e allo stesso tempo è attratta dal candore nascosto da quella apparenza “demoniaca”. Un candore che solo i folli occhi del principe possono vedere. E proprio il bisogno di intervenire per riscattarla scatena il tragico epilogo. Nastasja fugge il giorno delle nozze liberatorie per tornare da Rogozin. Solo nella morte può trovare la liberazione.
L’inconcludente epifania del principe Myškin a Pietroburgo termina nel folle abbraccio dell’amico assassino, dopo il quale non gli resta che il ritorno in Svizzera. A contemplare il colore di quelle montagne.