Complice di questo recupero la sesta edizione della rassegna “I solisti del teatro”, curata da Carmen Pignataro e Annalisa Scafi nei Giardini dell’Accademia Filarmonica Romana, dove, fino al 31 luglio, sono in programma performance d’attore, spesso con musiche dal vivo. E questo è anche il caso del duo Sambo-Sapio che, accompagnato al pianoforte da Silvestro Pontani, confeziona uno spettacolo garbato e ironico e talvolta toccato da una lieve nostalgia per quel “bel tempo” che segnò gli esordi di una emancipazione femminile, per molti versi ancora da venire. Un bacio a Mezzanotte – dall’omonima canzone di Kramer, Garinei e Giovannini – ripercorre quei fatidici primi anni 60, abitati da signore e “signorine” cotonate, per le quali fioriva una pubblicistica “specializzata” ad instradarle in un’escalation di ruoli codificati che da brave figlie le vedeva trasformarsi in mogli e madri modello. Nello spettacolo, tra tacchi a spillo e lacca per capelli, le autrici-attrici rivisitano proprio quelle rubriche sentimentali e di “bon ton” dell’epoca per costruire un tenero ma disincantato copione, le cui battute sfociano continuamente in un mare musicale che ricalca la struttura di un genere teatrale tanto in voga nei Sessanta, la rivista. E il Quartetto Cetra entra da protagonista nella messinscena, anzi proprio a quei tre più una è dedicato il lavoro, che invece trova ispirazione nella vicenda di Lauretta Lardori – “maestrina” di San Gemini, salita agli onori della cronaca con l’elezione a “Donna ideale 1958”. La “signorina” in questione – ricordano Sambo e Sapio – con questo titolo collezionò 7.000 richieste di matrimonio. Di li a poco, col boom economico la lavatrice avrebbe iniziato la conquista di tutte le case degli italiani, mentre la moda dei premi alle “qualità” e ai “lavori” femminili imperava, solleticando l’immaginario collettivo – non solo femminile evidentemente – insieme al bombardamento pubblicitario che immetteva nel mercato oggetti in plastica e tessuti d’abbigliamento sintetici. Così, in Un bacio a Mezzanotte quando Sambo e Sapio entrano in scena si ritrovano nel luogo dove subiranno l’ennesima selezione per l’ennesimo premio. Sono due reduci devastate da incredibili quesiti – tipo <>, comparso su un numero di “Saper Vivere” del 1961 – che a fatica trascinano valige piene del loro quotidiano piccolo borghese. E il testo prosegue la sua provocazione, attingendo dalle pagine di rubriche in voga di quel torno di tempo, lettere e risposte che riesumano una realtà soffocante quanto il foulard rigirato dal capo sotto il mento, fino intorno al collo, mentre l’impavido duo di attrici intona “La più bella del mondo”. Le canzoni si alternano ai jingle pubblicitari di prodotti che avrebbero cambiato non solo il look di signore e “signorine”. Poi, una torna ad insistere sulla necessità dei centrini fatti a mano che possono guarnire anche il piattino della tazzina di caffè, contro l’altra che ne decreta la morte. Le infilano tutte le “problematiche” che assillano le signore di buona famiglia, tirando fuori della valigia un paio di guanti di plastica per le faccende domestiche. Qui la canzone è “Donna”, le cui parole recitano <<…tutto si fa per te…>>, ma le attrici mimano carponi un ménage da instancabili lucidatrici professioniste, efficaci più degli elettrodomestici ancora da acquistare. Il gioco comico prosegue ed è chiaro che almeno ad una delle due il personaggio di “angelo del focolare” in cerca di un marito comincia a stare stretto. Quel vento che nei primi anni 60 iniziava a soffiare, per il momento portava collant di nylon e plastiche per la casa, cotonando i capelli delle protagoniste. Ma nel giro di un lustro avrebbe tagliato le gonne e ricoperto di fiori le chiome sciolte delle loro sorelle minori.